La peggio notizia

Perché quando si parla di informazione non c'è mai limite al peggio

Anatomia di un attacco d’ansia.

Questo è un post molto personale. Quindi se non vi interessa andate via senza fare rumore, e se vi interessa restate ad ascoltare, ma con rispetto.

Non c’entra nulla con la notizia, la carta stampata o la satira. Questa è una cosa tra me e il mio dark passenger (chi ha visto Dexter sa di cosa parlo).

Ora, se mi conoscete di persona sapete perfettamente che sono una persona perennemente sul filo del rasoio. Umorale, piena di contraddizioni, prona all’incoscienza per certi aspetti e terribilmente ansiosa per altri.

L’ansia è la mia peggior nemica. Eppure ho la certezza che senza di lei non sarei nemmeno un quarto della persona che credo (e spero) di essere. È il teorema di Capitan Uncino: chi sarebbe Peter Pan senza di esso?

Lungi da me affermare di essere speciale. Di persone migliori (e peggiori) ne esistono a milioni. Quello che credo mi contraddistingua  è la consapevolezza dell’ombra che tutti noi ci portiamo dentro. Il punto è che alcuni ci convivono, altri sono accecati da luci diverse e manco se ne accorgono. La mia ombra diventa piccola piccola d’estate, ma durante i mesi invernali si allunga a dismisura, fino a coprire le pareti delle stanze, obbligandomi ad accendere l’alogena per scacciare il senso di oppressione che cerca di schiacciarmi. E allora via con docce roventi che durano mezz’ore intere e che lavano via il mio malessere.

Chi è prono agli attacchi d’ansia conosce questa storia quanto me. Personalmente ci convivo da sempre. Mia madre afferma che avevo manifestazioni poco equilibrate già dai tre anni. Adesso ne ho 34 ed è cambiata solo la consapevolezza. Nel corso degli anni ho fatto delle osservazioni interessanti: arriva con l’accorciarsi delle giornate, e di solito prepara il suo attacco con cura, nell’arco di settimane intere durante le quali mi sento sempre più inquieto. La percezione che qualcosa sia fuori posto, che una vibrazione sottile ai limiti dell’udibile mi disturbi senza farsi sentire davvero. Dopo tanti anni riesco a riconoscere ciò che sta accadendo, e forse è un male, perché mi lascia tutto il tempo per prepararmi al peggio. Col passare dei giorni la tensione cresce, e eventi insignificanti iniziano a diventare sgradevoli, farsi inquietanti ed infine esplodere.

E lei è li, che ti osserva dall’angolo buio della stanza. E il peggio è che non puoi fuggire, puoi solo illuminare la scena e cercare di fugare le ombre accessorie. Lei in qualsiasi caso resta a sussurrarti nell’orecchio continui se e continui ma. Poi la tua propriopercezione si amplia. La mia diventa soverchiante, con ogni cellula che vibra. Inutile dire che se l’attacco d’ansia è di natura ipocondriaca, la parte del corpo interessata vibra a una frequenza ben più ampia. A quel punto ci sei dentro fino al collo, e non puoi fare altro che sostenere il senso di oppressione al petto fino a quando un raggio di luce un poco più forte scaccia momentaneamente l’ombra.

Ha una sostanza, quest’ombra. Mille volti diversi, le capacità di un camaleonte, ma sempre lo stesso scheletro. Ne riconosco la forma con precisione, ne posso definire l’ossatura.  Indossa solo una maschera alla volta, ma la cambia con gesti veloci e abili.Eppure non riesco a individuarne il tallone d’Achille, il punto nel quale affondare il colpo. 

Sono passati tanti anni, e sono diventato più scaltro. Ancora mi frega, ancora riesce a farmi diventare preda. Ma un giorno troverò il suo punto debole.

Nel frattempo, continuo a cercare.

di Alberto Della Rossa

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