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Vannoni e il metodo Stamina – pt.2

Scusate la latitanza, a quanto pare il dovere mi tiene lontano dal blog – troppo da fare e poco tempo. Alla faccia della crisi e all’assenza di lavoro.

Vengo da una settimana di furiosa raccolta di articoli, nel corso della quale ho selezionato alcune perle davvero rare – tra tutte un articolone su La Voce di Romagna, titolato “Riviste e film porno , non si vende più nulla“, seguito a ruota da un’intervista a Rocco Siffredi su Il Foglio di questo lunedì. Insomma, la pornografia tira sempre.

In qualsiasi caso non sono qui a scrivere di articoli senza senso, quanto per tornare sulla faccenda del metodo Stamina, che ormai mi sta ossessionando. Negli ultimi dieci giorni la copertura mediatica sui quotidiani è letteralmente esplosa, forse anche grazie all’indignazione della comunità scientifica di fronte a quello che a parer mio è un evidente caso di truffa. Fatto sta che ho avuto modo di raccogliere almeno una ventina di articoli dalle testate più disparate, e ho quindi pensato di fare il punto della situazione, per chi si fosse perso qualcosa.

Una premessa la potete trovare in questo mio precedente intervento.

È partito tutto con un articolo mercoledì 8, su La Stampa:

“Altro che donazioni Vannoni da me pretese 50 mila euro in nero Una vedova: ” Ci fece anche firmare un appello a suo favore Ma invece di guarire , mio marito è morto durante le infusioni”.

Alla faccia delle cure compassionevoli.

Alla faccia delle cure compassionevoli.

Il contenuto è agghiacciante – un delirante viaggio nella speranza di un malato e di sua moglie, che racconta di oltre 50.000 euro spesi per cure che hanno a tutti gli effetti portato alla morte del paziente. Ricevuti in un call-center, con pagamenti senza ricevuta, senza alcuna tracciabilità – con modalità criminali. Questa donna, mossa da disperazione e amore, nella speranza di una cura ha convinto il marito a sottoporsi a questo trattamento e ora  si trova a fare i conti anche col senso di colpa e il sospetto, oltre che col lutto. La signora ha infatti dichiarato:

Secondo i medici , mio marito doveva vivere 9 anni dalla scoperta della malattia. Invece è morto dopo 5 anni appena. Magari per cercare di aiutarlo a guarire in tutti i modi , io gli ho accorciato la vita ».

Una truffa, quella perpetrata da Vannoni, che non si esaurirebbe con la perdita di denaro, ma che si ripercuote sulla salute dei pazienti e su chi ha creduto nel metodo.

Cose che già si sapevano, ma non mi aspettavo di trovare un articolo a tutta pagina. In più, nei giorni precedenti erano apparsi qua e là altri articoli.

Insomma, drizzo le orecchie, sentendo lo scricchiolìo caratteristico del boom mediatico che si prepara a esplodere.

Il giorno dopo, puntuale come un orologino svizzero, altri articoli, stavolta ben più interessanti di una testimonianza circostanziata: sulle testate compaiono diversi titoli, tutti relativi alla scoperta, da parte del comitato scientifico del Ministero della Salute, che nel protocollo Stamina le cellule mesenchimali sono presenti in dosaggi minimi: infatti la dose stabilita dalla medicina per i trapianti cellulari è di 2 milioni per chilo di peso corporeo nell’uomo. Nel protocollo Stamina è previsto invece un quantitativo di 2 milioni di cellule in totale. Nelle infusioni le cellule mesenchimali sarebbero presenti addirittura in “dosaggi omeopatici“, ovvero in quantità infinitesimali. Il Corriere della Sera, in un articolo di fondo della stessa mattina, rilancia sottolineando il fatto che negli ambienti investigativi si parla già da tempo di queste parcelle in nero da 40-50mila euro per ottenere le cure – parcelle che poi venivano dichiarate da Vannoni come libere donazioni (senza considerare che per le donazioni esistono iter precisi da seguire). In tutti gli articoli viene riportato anche che  l’Aifa ha diffidato gli Spedali Civili di Brescia dal fare uscire qualsiasi campione del protocollo Stamina.

andolina-vannoni

Associazione a delinquere.

Tre giorni dopo (grazie al cielo il fine settimana non lavoro, ma non escludo ci fossero diversi altri articoli presenti) mi siedo davanti al mio bel pc e cosa ti trovo? Sul Piccolo, giornale triestino, c’è un articolo con delle dichiarazioni di Andolini, il medico di Trieste collaboratore di Vannoni. Riporto (come al solito) titolo e sottotitolo:

«Cura Stamina priorità ai raccomandati» Il medico triestino Andolina confessa che a Brescia è stata data precedenza ai malati “illustri” come un dirigente regionale.

Ma non erano cure compassionevoli? Non sosteneva Vannoni che lui faceva “beneficenza“, che forniva “cure pro bono“, che lo faceva per i bambini che stavano male? E allora a cosa riferiscono le distinte dei bonifici che iniziano a comparire da un sacco di parti? Soprattutto, se davvero come ha sempre sostenuto di fronte all’opinione pubblica il suo interesse era la salute dei pazienti (da sottolineare il fatto come Vannoni, per la maggior parte delle dichiarazioni facesse leva sul “piccoli pazienti”), allora come mai questo giro incredibile di soldi e di favori politici?

Beh, tenetevi forte perché il meglio deve ancora arrivare: sempre il 12, sulla Stampa c’è un dossier, dal seguente titolo:

Cellule, quattrini e bugie La storia nera di Stamina dossier nel dei carabinieri. Falso e grottesco: così nel 2009 il Nas chiese l’arresto di Vannoni.

Questo è un altro di quegli articoli che consiglio a tutti di recuperare e leggere; in qualsiasi caso un passaggio, più di altri, risulta illuminante. Un ex collaboratore dello stesso Vannoni, dissociatosi perché evidentemente portatore sano di un qualche tipo di coscienza, dichiara:

Le nostre strade si sono separate perché mi chiedeva di modificare i dati di ricerca a favore dei suoi interessi. Sosteneva che solo gli imbecilli pagano le tasse. Diceva che le malattie degenerative, fortunatamente, erano in aumento.  Così lui avrebbe guadagnato di più, tanto erano senza speranza. Ho deciso di tagliare i contatti in occasione di una telefonata. La biologa Olena parlava in tono concitato con Vannoni, sostenendo che un paziente stava male a causa di una puntura di staminali.

Davvero, non continuo, perché gli articoli che posso citare sono davvero tanti, da fonti diverse e soprattutto sono pervasivi sulla stampa nazionale e a fronte di quello chesta emergendo non credo nemmeno sia necessario commentare più di tanto. Dico soltanto che persone che vivono e prosperano così sul dolore della gente, sono da punire con una tombola di ergastoli.

Continuo con la raccolta di articoli, sono curioso di vedere se finirà tutto a tarallucci e vino o veramente, per una volta tanto, riusciranno a mettere in gabbia chi merita di essere privato di ogni libertà.

Stamina, stamina. Stocazzo.

Giornatona prolifica di spunti, stamane. Arrivo al lavoro alle cinque del mattino, inizio a tuffarmi nel delirio della stampa e un sorriso ebete mi si allarga sul volto, testata dopo testata. Ci sono giornate in cui la mia personale raccolta di articoli – una specie di mare magnum di idiozie e assurdità di qualsivoglia natura, ovvero tutto ciò che mi incuriosisce – si ingrossa come un fiume in piena. Congiunzioni astrali durante le quali i giornalisti improvvisamente decidono tutti insieme di scrivere qualcosa di interessante.

Insomma, tra un’articolo e l’altro, dribblando strafalcioni e usi fantasiosi dell’italiano (a tal proposito cito dal Piccolo di stamattina una perla meravigliosa a pag. 35 ” Alda Balestra, da Miss Italia alla carriera di top model Reginetta d’Italia nel 1970, ha vissuto per anni a New York e solcato le passerelle più prestigiose. «L’incontro più divertente? In ascensore, con Gianni Agnelli». Non sapevo che le passerelle si solcassero, ma tant’è.) mi ritrovo un sacco di articoli su cui sproloquiare.

E poi lo vedo brillare tra le pagine di un giornale (il Messaggero, nella fattispecie, ma la notizia era riportata ovunque) – mi guarda, mi tenta. E decido il tema di oggi.

Stamina.

L’ennesima bufala sul dolore altrui.

di-bella

Di Bella con un vasetto di lampascioni sottolio

È un po’ che raccolgo articoli sull’argomento, e la cosa mi fa rivoltare il sangue. Ricordo anni fa, quando ci fu una grave malattia in famiglia: la speranza allora era il metodo Di Bella – correva l’anno ’98-’99, io ero un ragazzino. Sapevamo che non v’erano fondamenti scientifici ma, ehi, tentar non nuoce no? Quando sei disperato ti appigli a tutto. Il resto è storia: il metodo Di Bella si rivelò essere completamente inefficace, ed esaminando i dati clinici si scoprì che questi erano incompleti, frammentari e che erano stati manipolati. Eva Buiatti, medico e ricercatrice italiana (trovate un elenco delle sue pubblicazioni su biomedexperts.com), dichiarò:

Restava un dato di fatto, preciso, inequivocabile: i suoi pazienti morivano come gli altri. Non c’era alcun vantaggio terapeutico. Nessuna salvezza. Di Bella non accettò mai che si verificasse se la sua terapia avesse un valore di tipo palliativo. Non è un palliativo, ha sempre detto. È una cura.

Non solo: la sperimentazione, che pure venne concessa e concordata diede risultati ambigui. Addirittura, la rivista Cancer scrisse (cito l’abstract del paper):

Available scientific evidence does not support claims that Di Bella therapy is effective in treating cancer. It can cause serious and harmful side effects.

Perché vi racconto questo? Perché gli italiani hanno la memoria corta. Cortissima.

Il metodo Stamina, ideato da tale Davide Vannoni, si basa su un principio non dissimile: cavalcando l’onda dell’emotività di genitori disperati, saltando completamente qualsiasi sperimentazione scientifica, imponendosi con la demagogia, promette di essere una cura per malattie neurodegenerative, basato sulla conversione di cellule staminali mesenchimali in neuroni. (attenzione che questo passaggio è importante)

metodo-stamina

Una bella immagine del nostro Vannoni

Praticamente siamo alla pietra filosofale, con un individuo che promette di trasformare il piombo in oro e guarire gli storpi allo stesso tempo – praticamente un mix tra Gesù Cristo, Ermete Trismegisto e Rasputin in una botta sola.

Cristo

C’è una certa somiglianza, nevvero?

C’è da dargli un merito: lui l’oro l’ha creato davvero dal nulla, tanto da comprarcisi una Porsche – che in un’intervista rilasciata a Repubblica ha dichiarato esser stata acquistata in leasing, ma che formalmente è accreditata sui conti della Stamina Foundation.

Cos’è successo, dopo la diffusione di questo incredibile metodo? Che la comunità scientifica si è accorta che non esistevano studi accreditati, né una sperimentazione degna di tale nome che riguardasse il metodo Stamina, metodo peraltro promosso da uno che con la medicina non c’azzecca una fava (Vannoni è laureato in lettere e filosofia).

La comunità scientifica inizia a fargli le pulci, a chiedere dei dati scientifici (il famoso metodo, presente? le pubblicazioni, il peer reviewing, la sperimentazione, tutta quella robetta così inutile…) e lui si indigna perché, dopotutto, sta facendo del bene a dei bambini: le cure, che arrivano a costare diverse decine di migliaia di euro per molti, sono pro-bono per alcuni. E indovina cosa tira fuori? La teoria del Complotto! Le case farmaceutiche lo stanno boicottando! (non vedo perché visto che queste potrebbero comprare a qualsiasi cifra il metodo, Vannoni e anche il suo cane).

un po' di complotto non fa mai male

un po’ di complotto non fa mai male

In Italia tuttavia il beneficio del dubbio lo si da a chiunque. E allora via, valutiamo la possibilità di farla, questa sperimentazione – non fosse altro per verificare l’attendibilità del metodo, vuoi mai che la comunità scientifica si sbagli. Eppure a Vannoni sta cosa non va giù, lui vorrebbe tenere secretato tutto ciò che riguarda il metodo Stamina. E via ricorsi a non finire, mentre indagini preliminari dei Nas e degli esperti ministeriali verificano l’assenza di cellule mesenchimali nelle pozioni del Metodo Stamina, e lasciano supporre l’utilizzo di siero fetale bovino (attenzione ai vegani – il metodo stamina non è roba per voi) e la presenza di antibiotici nel terreno di coltura, con conseguente rischio di tossicità. Tralasciamo i detriti di tessuti che potrebbero essere causa di emboli. D’altronde le infusioni vengono da laboratori situati in Messico, Capoverde e Hong Kong, può essere che li le cose vengano fatte diversamente, magari mangiando un panino. Forse è caduto un hamburger in una vasca di coltura.

Cosa succede quindi? Che Vannoni dichiara di non sapere cosa c’è nelle infusioni, d’altronde lui non è un medico, dichiara. E allora che cazzo fa, oltre buscarsi i soldi?

A questo punto della faccenda ero piuttosto basito, poi un’altra cosa mi ha colpito con la dolcezza di un martello in faccia. Faccio una domanda ingenua alla mia ragazza, che sta studiando medicina.

domanda: “Amore, ma che cazzo sono le cellule mesenchimali?”

risposta: “Cellule indifferenziate che generano tessuto connettivale. Dove andiamo a mangiare?”

mesenchimale

eh no, non si trasforma in neurone. E sono in tanti ad avere bisogno di neuroni…

A questo punto io, che sono un cagacazzi, vado su wikipedia e leggo:

questo tipo cellulare, essendo in una fase adulta, non è totipotente (ossia generatore di tutte le linee cellulari del corpo) ma pluri/multipotente, ossia può solo generare tipi di cellule connettivali e non altri tessuti di diversa derivazione embrionale (come neuroni od epiteli)
Fonte: Mesenchymal Stem Cells: Isolation, In Vitro Expansion and Characterization in Stem Cells, 2006, pp. 249–82. DOI:10.1007/3-540-31265-X_11ISBN 978-3-540-77854-7.

Bene. Il resto possono raccontarvelo un paio di articoli di Wired e un’inchiesta de l’Espresso.

Ritorniamo a stamattina. Vedo l’articolo che finalmente mi fa scattare la cellula (staminale) e mi genera aggressività folle, come dicevo, sul Messaggero (ma, ripeto, la notizia era su tutti i giornali).

Messaggero del 08/01/2014, pagina 21: “Nature, nuova bocciatura per il Metodo Stamina“. Ovviamente dell’articolo sul Messaggero non me ne faccio un cazzo e risalgo alla fonte:

Leaked files slam stem-cell therapy: Disclosures and resignations reveal scientific concerns over methods of Italy’s Stamina Foundation.” di Alison Abbott; Nature 505, 139–140 (06 January 2014)

Volete un riassuntino? Stiamo facendo la figura dei coglioni. Di nuovo, perché le persone vengono strumentalizzate e il loro dolore con esso, da individui come Vannoni che pretendono di imporre la loro ragione senza doversi sottoporre a dei protocolli scientifici, a un’analisi metodologica segnante. E i disperati (perché di disperazione si tratta) vengono accompagnati da frotte di altri individui alla ricerca di un’ideologia facile, che permetta loro di suddividere la realtà in due tronconi ben distinti: buoni e cattivi, bianchi e neri, vegetariani e non vegetariani, complottisti e lobbisti.

Con buona pace di tutte le sfumature di grigio.

Perché è molto più semplice pendere dalle labbra di qualcuno che usare la testa e farsi un’idea propria.

Amen.

Vivisezione e sperimentazione animale

Innanzitutto buon anno, a quasi tutte le persone che conosco. Alcune invece riceveranno prima o poi gli strali inviati, a tutto svantaggio del mio karma.
In qualsiasi caso il mio karma fa già abbastanza schifo, quindi posso permettermi di lanciare maledizioni come Malefica (La bella addormentata, presente?).

Comunque, il senso di questo post è decisamente un altro. In questi giorni ho seguito parecchio tutto il teatrino riguardante la vivisezione/sperimentazione animale, in particolar modo legato al caso di Caterina Simonsen.

Simonsen cartello

Caterina Simonsen: #iostoconlaricerca

Ancora una volta la possibilità di monitorare per giorni diverse decine di quotidiani mi ha permesso di avere una visione d’insieme della copertura mediatica delirante che ruota attorno a questo (penoso) caso.

Pur ritenendomi un folle amante degli animali, uno di quelli che preferisce la compagnia di un cetriolo di mare a quella di un essere umano, pur essendo un estinzionista convinto (posizione maturata a seguito di decine di ore passate su libri di paleoantropologia e paleodemografia) non posso fare a meno di pensare. Se c’è qualcosa di positivo nell’essere umani è la capacità cognitiva – capacità che non sembra essere stata distribuita in maniera equa.

E più penso, più ritengo che gli animalisti (o animalardi, come ribattezzati da Fabrizio Pallequadre) siano una categoria vessata da evidenti difetti di ragionamento.

Confondere la vivisezione con la sperimentazione animale può essere frutto solo di crassa ignoranza o di manipolazione retorica di bassa lega (sostanzialmente un uso improrio della sineddoche). Perché se è vero che la vivisezione fa parte della sperimentazione animale, non si può dire il contrario. Non sto a perdermi in ambito legislativo (questo bell’articolo di Wired vi potrà schiarire le idee)  ma la vivisezione (grazie al cielo) è ILLEGALE errata corrige: come mi fa notare un mio amico, la legislazione è poco chiara. Mi auspico che la vivisezione venga bandita quanto prima con una legge ad hoc, in Italia come nella EU. La sperimentazione animale, regolamentata, scrutinata e controllata nella maniera più severa possibile è invece piuttosto utile.

Faccio un passo indietro: all’inizio di questa storia c’è una frase di questa povera ragazza (Caterina Simonsen) basata su un concetto molto semplice: #iostoconlaricerca. La vera ricerca. Nessuno di quegli imbecilli che le hanno augurato le peggio cose si è soffermato per un’istante su un ragionamento semplice quanto banale: un ricercatore, un vero ricercatore, con un codice deontologico (imprescindibile dalla vera ricerca) non accetterebbe mai la vivisezione. La sperimentazione in vivo è una cosa molto diversa tuttavia. Non solo: tecnicamente è sperimentazione in vivo anche l’ultima fase di sperimentazione dei farmaci, quella sugli esseri umani. Altra cosetta poco conosciuta, ma che gli invasati animalardi non sanno o fanno finta di non sapere: la pubblicazione su riviste ISI ad alto fattore d’impatto è fortemente regolamentata da protocolli di scrutinamento assai severi.

Nature. E prova a pubblicare qui, se ci riesci.

Nature. E prova a pubblicare qui, se ci riesci.

Se vuoi pubblicare su Nature (o Journal of Microbiology, o Science, o qualsiasi altro colosso del settore) è il caso di mandare anche tutta la documentazione relativa ai gruppi di controllo sulle sperimentazioni e sulle azioni effettuate. È alla base del metodo scientifico.

Certo, in un mondo migliore non ci dovrebbe essere nemmeno la sperimentazione animale. Nemmeno quella umana. In un mondo migliore non ci sarebbero le malattie. In un mondo perfetto, a parer mio, non ci sarebbe nemmeno l’uomo. Il punto è, come diceva il caro Leibniz, che questo è il migliore dei mondi possibili, principalmente perché è l’unico che abbiamo, indipendentemente dalla nostra presenza o meno.

Un’altra riflessione mi preme fare, da gattaro convinto e salvatore di cani quale sono: quando il vostro animale sta male, lo portate da un veterinario. Il gatto di mio fratello ha l’immunodeficienza felina, e si è salvato perché:

a) era grasso come un maiale

b) è stato curato con l’interferone

Non grazie alle preghiere, né a infusioni di camomilla, né a un’alimentazione vegana (orrore). Grazie a un farmaco.

Oibò, dicono che il testing dell’interferone sia stato fatto su animali.

Allora, se vogliamo fare gli animalisti, cerchiamo di non essere così incredibilmente antropocentrici. È vero, i farmaci sono studiati a uso e beneficio dell’uomo, ma gli studi possono avere una risonanza ben più ampia. Se il gatto di casa vive fino a 20 anni è perché ha accesso a tutta una serie di farmaci e conoscenze sviluppate in prima istanza ad uso e consumo umano. Banalmente, si può dire che i farmaci usati per gli animali sono sperimentati anche sugli animali. Un po’ come dire che il farmaco per umano è stato sperimentato anche su esseri umani. Strano eh?

Prima che questo post diventi una tesi di laurea per lunghezza e inutilità, vorrei soltanto sottolineare che fare di tutta l’erba un fascio non è decisamente cosa intelligente. La vivisezione è una porcata, e per questo è stata abolita in moltissimi luoghi. La sperimentazione animale è un male necessario del quale tutti dovremmo essere grati, senza dover necessariamente tirare in ballo le malattie rare. Immagino ci siano un sacco di animalisti diabetici, che ogni giorno portano a casa la ghirba grazie a una pera di insulina. Indovinate un po’ come si è arrivati alla scoperta e alla commercializzazione di quest’ultima?

Quello che si può fare, che è GIUSTO fare, è cercare vie alternative, non fermarsi mai, essere rigorosi nella ricerca e nei protocolli in maniera da non infliggere sofferenze inutili a chi, animale o umano, col proprio sacrificio da la possibilità a qualcun’altro da vivere. Non scatenare una guerra a colpi di cattiverie e disinformazione – perché così facendo non si dimostrano diversi dai soggetti che dicono di voler combattere (i vivisettori, nella fattispecie).

di Alberto Della Rossa

And the winner is… pt.2

Vi ricordate le direttive per i giornalisti sul tema LBGT di qualche giorno fa? Ecco, vorrei solo fare un piccolo appunto.

Il giorno seguente, in data 18/12/2013 è comparso un articolo su L’Unità, a firma di Delia Vaccarello. Titolo: “La carta del giornalista per non discriminare”.

Normalmente non amo L’Unità (normalmente non amo i giornali) ma questo giro la nostra giornalista ha centrato perfettamente il punto. Il corpo del testo riassume brevemente il testo del documento, ma è la chiusura a fare la differenza:

Tra le tante indicazioni la «regola aurea» il giornalista o la giornalista che devono trattare un argomento «Lgbt» non devono fare altro che domandarsi come tratterebbero la stessa notizia se non stessero parlando di persone lgbt . E il corollario: tenere sempre conto che gay, lesbiche e trans fanno parte del pubblico a cui ci si rivolge, che non sono «quelle persone là» ma anche voi che leggete.

In queste poche righe è racchiuso il nocciolo fondamentale della questione: il problema sta tutto nel trattare delle persone come delle “non persone”, come altro da sé nel senso più ampio (quello umano): esattemente quello che ha fatto la Bellaspiga nel suo articolo su L’Avvenire.

Mettetevi in testa che le persone omosessuali non sono diverse da nessuno. Hanno lo stesso tipo di varietà riscontrabile nel carattere di chiunque: il fatto che a me diano fastidio atteggiamenti da “checca” non necessariamente vuol dire che mi dia fastidio l’omosessualità, quanto un particolare aspetto caratteriale che può essere presente in alcune persone (non necessariamente omosessuali, peraltro – penso a legioni di ragazzini effeminati perfettamente etero). La medesima cosa mi accade quando vedo una ragazzina sgallettata che ritiene d’averla rivestita d’oro e si atteggia a gran figa – solo che lei, dal momento che ha una sessualità allineata – non risulta altrettanto condannabile. Tuttalpiù le si dà della troietta, ma nessuno si sognerebbe di sprecarci del tempo in direttive per i giornalisti.

Detta in altre parole: mi sta bene che a qualcuno possa dare fastidio un particolare aspetto caratteriale, un atteggiamento, qualcosa di specifico. Io sono pieno di idiosincrasie, ma mi ritengo abbastanza intelligente (e adulto) per realizzare che prendersela con una categoria intera come se fosse un corpo unico e indivisibile con un set predefinito di caratteristiche è assolutamente insensato. Non sopporti gli arroganti? Bene. Ti stanno sulle balle i pavidi? Ok. Ti sta sui coglioni il tuo vicino di casa? PERFETTO, ma da qua a dire che TUTTE le persone con un orientamento sessuale diverso dal proprio sono inaccettabili vuol dire prendere a calci la logica, per il semplice fatto che un orientamento sessuale non è indicativo di per sé di alcun aspetto caratteriale. 

Mi fermo qua, altrimenti non la finisco più. Ma continuerò a sostenere fino alla morte il diritto all’idiosincrasia, fintanto che la cosa abbia una logica. E il più delle volte, nel fare di tutta l’erba un fascio, la logica è la prima a essere messa da parte.

 

 

 

di Alberto Della Rossa

And the winner is…

La attendevo da giorni. La notizia becera, l’articolo infame, che ti fa rivoltare le budella alle cinque del mattino. Immancabile, questo giro arriva da pagina 15 dell’Avvenire di oggi 17/12/2013, dal titolo evocativo: “Il decalogo che rovescia la realtà – Trans, lesbiche, gay, la guida per essere politicamente corretti”. Firmato da Lucia Bellaspiga.

Un piccolo disclaimer, prima di iniziare: sono un mangiapreti, sono decisamente etero, non ho particolarmente a cuore i diritti degli omosessuali, e io stesso nutro dubbi moderati sull’adozione a coppie gay: non perché dubiti assolutamente della loro capacità genitoriale, quanto perché non sono sicuro che una famiglia sui generis non abbia alcuna influenza sullo sviluppo della personalità di un bambino. E tutto ciò lo dico da persona che è cresciuta in una non-famiglia (divorziati) decisamente atipica e problematica. Il problema non consiste in cosa la famiglia è atipica, quanto nel fatto stesso che lo sia. Mia madre è un’artista fricchettona e un tantino nevrotica, mio padre è un ex pilota, ex militare e cinico inpenitente, e prima del divorzio era a casa molto poco. Il risultato è che di due figli venuti fuori da quel matrimonio nemmeno uno è a piombo.
Questa divagazione per dire che non sono completamente d’accordo con tutta la bagarre c’è dietro al movimento LGBT.  Tuttavia non posso ribellarmi con tutto me stesso quando leggo certi cose.

L’articolo tratta di un documento (abbastanza delirante per il vero, per il semplice fatto che debbano esistere delle direttive in merito) che detta le linee guida per i giornalisti e i media nel trattare l’argomento a sfondo LGBT. La nostra giornalista pare essere piuttosto inviperita e punta sul vivo (e ci credo, non essendo nuova, peraltro, a teorie complottiste – si veda a tal proposito la pagina di wikipedia a lei dedicata).

Suddivide l’articolo in capitoletti, tipo dieci comandamenti con relativa chiosa. Avete presente le trollate da forum? il retrogusto è il medesimo. Risposte piccate e un tantino sarcastiche. Il migliore è quello relativo alle indicazioni di genere. Cito:

TEORIA DEL GENDER

Sesso e genere non vanno confusi . Il primo riguarda gli apparati genitali, il secondo è l’insieme di ” elementi psicologici , sociali e culturali ” che determinano l’essere uomo o  donna . Due sfere indipendenti , avverte lo scritto, perché è solo l’identità di genere che permette a un individuo di dire “io sono un uomo, io sono una donna”. Tutto è liquido, tutto è relativo. E c’è ancora chi difende l’uso di concetti come “padre” e “madre”…

Addirittura i puntini di sospensione.

Non proseguo oltre. L’articolo è decisamente pieno di indignazione, ben oltre il lecito disaccordo. Mi ricorda, a tal proposito, alcune sparate della mia amatissima Domitia Caramazza, che al tempo scrisse qualcosa di veramente agghiacciante sul relativismo (potete trovarlo qui, il titolo è esemplare: L’inganno del relativismo) Inutile dire che Domitia e Lucia vengono – perdonatemi l’infame gioco di parole – dalla stessa parrocchia: quella degli integralisti pro-life a tutti i costi: infatti entrambe si erano applicate nel peggiore dei modi allo studio del caso Englaro – naturalmente come sostenitrici della morte-in-vita (passatemi la citazione di Coleridge).

Il problema non è nemmeno l’articolo alla fine, quanto il livore che trasuda dalle parole. Ognuno libero di avere una propria opinione, o forse no. Tutto, pur di non cadere nel relativismo.

P.S. Lasciatemi chiudere con uno spezzone tratto da un film meraviglioso. Poesia pura.

di Alberto Della Rossa

Equilibrium

Ancora bioedilizia. Sarà perché desidero una casa, sarà che desidero un pianeta completamente diverso (e notevolmente più disabitato), ma sempre di più mi affascinano certe soluzioni costruttive eco-friendly. Oltre a questo continuo a pensare che una casa da hobbit. Una bella caverna arredata poi sarebbe il non plus ultra del design, ma si sa, le mie idee geniali solitamente risultano essere solo idee del cazzo.

Come ho già detto da qualche parte, ho un feticismo per i settimanali economici, in particolare “il Mondo” e “Repubblica Affari e Finanza”. Forse perché scevri dalle stronzate che si trovano sugli economici specializzati, forse perché ai miei occhi più comprensibili. Il Mondo è pure impaginato discretamente, mentre lo stesso non si può dire di Repubblica Affari e Finanza (da qui in avanti RAF) che sembra impaginata da un bonobo fatto di metamfetamine.

Insomma, tutti i lunedì dell’anno, passo un’ora del mio tempo alla rassegna stampa su RAF.

RAF è figa. Parla di un sacco di cose, con un’ottica sicuramente più equilibrata della testata parente (ovvero Repubblica). Insomma, stamattina mi imbatto su un articolo di bioedilizia, in particolare su una piccola ditta bergamasca chiamata Equilibrium.

La storia è questa: producevano calcestruzzo, ma la crisi colpisce le imprese edili che non costruiscono più un cazzo. Risultato: la nostra ditta si trova con un sacco di calcestruzzo tra le palle, che nessuno vuole. Qua entra in campo un 35enne che (cito):

dopo anni di viaggi e ricerche condotti dal trentacinquenne Paolo Ronchetti per scoprire le benefiche proprietà della canapa.

viene fulminato dall’ideona.

Insomma, tra un cannone e l’altro il nostro Ronchetti se ne viene fuori con un mattone termoisolante, economico, igrostatico e composto per un terzo di canapa che, peraltro, cresce come se non avesse un domani con pochissime richieste e attenzioni. Il passo è breve: joint venture con la nostra ditta di calcestruzzo che si converte e rinasce grazie al mattone canapone.

Come al solito, invito a leggere l’articolo, specialmente se vi interessa il prodotto. In qualsiasi caso, la notizia ha naturalmente una serie di pensieri a cascata. Costruire una casa è possibile, in maniera più semplice, più economica e più sana. C’è un tipo di costruzione fatta con sacchi di sabbia impilati su filo spinato, utilizzata perlopiù in Africa. Un mio amico la casa se l’è costruita con la cooperativa nei fine settimana. Ci ha messo sei fottutissimi anni, ma ce l’ha fatta.

Il problema è la pressione demografica. Lo confesso, sono pro-estinzione, le persone mi stanno per lo più sulle scatole e spero in un cataclisma che effettui un taglio della popolazione del 97-98%. E badare bene, spero di essere nei sopravvissuti, ma con la sfiga che mi perseguita (probabilmente un pessimo karma) sicuramente perirò con le masse. Il risultato non cambia: siamo troppi, e tutti starebbero meglio se fossimo molti meno. Magari si potrebbe ritrovare un equilibrium naturale. (E ora scatenatevi a dirmi che sono stronzo – tanto non vi salverete da un mio post fiume incentrato sulla paleodemografia)

di Alberto Della Rossa

Una casa sull’albero (c’è ancora speranza)

Leggere tutta quella carta, dalle 5 alle 9 del mattino, porta con sè alcune piccole gioie – per lo più legate a notizie che ti fanno pensare che, da qualche parte, si annidi ancora della speranza.

Il 28 novembre il Messaggero Veneto ne riportava addirittura due, entrambe di carattere silvestre.

La prima parlava della modifica al piano regolatore di Sacile, variante 69. A quanto pare a Sacile hanno delle buone idee (non mi interessa parlare di politica, sono piuttosto trasversale): la variante permette di costruire sugli alberi. Esattamente, proprio come le casette che si vedono nei film americani (o nei Simpson), e che avete sempre desiderato. Peccato che magari siete cresciuti a Quarto Oggiaro e l’unico albero che avete visto era rappresentato in un quadro della comunità per tossicodipendenti.

Una casa sull’albero. Sarò un visionario, ma mi sembra decisamente meglio di un condominio.

Per chi non lo sapesse, il fenomeno delle costruzioni sugli alberi è piuttosto diffuso in nord Europa e in America, posti dove non hanno sentito l’esigenza compulsiva di costruire su ogni centimetro quadro di terreno libero (si, sto elogiando l’America – se non altro hanno una cura del territorio e dei parchi naturali che noi non possiamo nemmeno sognarci). In Italia, una delibera simile era stata proposta in Trentino a fine maggio del 2013 (l’articolo qui), e naturalmente era dedicata alle strutture ricettive (alberghi e campeggi); sempre in Trentino dovrebbe nascere addirittura un’intero villaggio di case sugli alberi (ne parla un articolo di Casa24).

Sempre risorse affidate al turismo, quindi, e conoscendo la furberia tipica dell’italiota (l’assonanza è assolutamente voluta) non dubito che le lodevoli iniziative verranno distorte a tempo record. Nel frattempo rimango a sognare città in decadenza e il ritorno a una vita semiselvaggia.

Tra le altre cose, se desiderate rifarvi gli occhi, la Taschen ha prodotto un libro dedicato interamente all’edilizia arborea.

La seconda notizia di cui accennavo sopra riguarda, in qualche modo, sempre gli alberi e un certo tipo di ambientalismo intelligente (oltre che una forma d’arte – non per stupire o per autoglorificarsi come la Abramovich. Un tale writer che si firma (o meglio: si tagga) Sqon ha pensato bene di tendere della pellicola da cucina tra gli alberi e di graffitarvi sopra dei fantasmi, dal momento che il luogo è a suo dire “inquetante”. Ora, a parte l’evidente carattere temporaneo dell’installazione (spero non lasci della plastica in mezzo al bosco troppo a lungo), l’idea mi ha colpito moltissimo. È un bel modo laterale di pensare, oltre

Fantasmi nel bosco, by Sqon

che un atto d’accusa al cemento e alla pubblicità che spunta ormai da ogni dove. Certo, non sarà un Rubens, ma pollici alti per la creatività. 😉

Detto questo, mi è venuta una gran voglia di scrivere qualcosa sull’edilizia alternativa. Giusto perché ho sempre sognato di vivere dentro una collina come un hobbit.

di Alberto Della Rossa

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