La peggio notizia

Perché quando si parla di informazione non c'è mai limite al peggio

And the winner is…

La attendevo da giorni. La notizia becera, l’articolo infame, che ti fa rivoltare le budella alle cinque del mattino. Immancabile, questo giro arriva da pagina 15 dell’Avvenire di oggi 17/12/2013, dal titolo evocativo: “Il decalogo che rovescia la realtà – Trans, lesbiche, gay, la guida per essere politicamente corretti”. Firmato da Lucia Bellaspiga.

Un piccolo disclaimer, prima di iniziare: sono un mangiapreti, sono decisamente etero, non ho particolarmente a cuore i diritti degli omosessuali, e io stesso nutro dubbi moderati sull’adozione a coppie gay: non perché dubiti assolutamente della loro capacità genitoriale, quanto perché non sono sicuro che una famiglia sui generis non abbia alcuna influenza sullo sviluppo della personalità di un bambino. E tutto ciò lo dico da persona che è cresciuta in una non-famiglia (divorziati) decisamente atipica e problematica. Il problema non consiste in cosa la famiglia è atipica, quanto nel fatto stesso che lo sia. Mia madre è un’artista fricchettona e un tantino nevrotica, mio padre è un ex pilota, ex militare e cinico inpenitente, e prima del divorzio era a casa molto poco. Il risultato è che di due figli venuti fuori da quel matrimonio nemmeno uno è a piombo.
Questa divagazione per dire che non sono completamente d’accordo con tutta la bagarre c’è dietro al movimento LGBT.  Tuttavia non posso ribellarmi con tutto me stesso quando leggo certi cose.

L’articolo tratta di un documento (abbastanza delirante per il vero, per il semplice fatto che debbano esistere delle direttive in merito) che detta le linee guida per i giornalisti e i media nel trattare l’argomento a sfondo LGBT. La nostra giornalista pare essere piuttosto inviperita e punta sul vivo (e ci credo, non essendo nuova, peraltro, a teorie complottiste – si veda a tal proposito la pagina di wikipedia a lei dedicata).

Suddivide l’articolo in capitoletti, tipo dieci comandamenti con relativa chiosa. Avete presente le trollate da forum? il retrogusto è il medesimo. Risposte piccate e un tantino sarcastiche. Il migliore è quello relativo alle indicazioni di genere. Cito:

TEORIA DEL GENDER

Sesso e genere non vanno confusi . Il primo riguarda gli apparati genitali, il secondo è l’insieme di ” elementi psicologici , sociali e culturali ” che determinano l’essere uomo o  donna . Due sfere indipendenti , avverte lo scritto, perché è solo l’identità di genere che permette a un individuo di dire “io sono un uomo, io sono una donna”. Tutto è liquido, tutto è relativo. E c’è ancora chi difende l’uso di concetti come “padre” e “madre”…

Addirittura i puntini di sospensione.

Non proseguo oltre. L’articolo è decisamente pieno di indignazione, ben oltre il lecito disaccordo. Mi ricorda, a tal proposito, alcune sparate della mia amatissima Domitia Caramazza, che al tempo scrisse qualcosa di veramente agghiacciante sul relativismo (potete trovarlo qui, il titolo è esemplare: L’inganno del relativismo) Inutile dire che Domitia e Lucia vengono – perdonatemi l’infame gioco di parole – dalla stessa parrocchia: quella degli integralisti pro-life a tutti i costi: infatti entrambe si erano applicate nel peggiore dei modi allo studio del caso Englaro – naturalmente come sostenitrici della morte-in-vita (passatemi la citazione di Coleridge).

Il problema non è nemmeno l’articolo alla fine, quanto il livore che trasuda dalle parole. Ognuno libero di avere una propria opinione, o forse no. Tutto, pur di non cadere nel relativismo.

P.S. Lasciatemi chiudere con uno spezzone tratto da un film meraviglioso. Poesia pura.

di Alberto Della Rossa

Equilibrium

Ancora bioedilizia. Sarà perché desidero una casa, sarà che desidero un pianeta completamente diverso (e notevolmente più disabitato), ma sempre di più mi affascinano certe soluzioni costruttive eco-friendly. Oltre a questo continuo a pensare che una casa da hobbit. Una bella caverna arredata poi sarebbe il non plus ultra del design, ma si sa, le mie idee geniali solitamente risultano essere solo idee del cazzo.

Come ho già detto da qualche parte, ho un feticismo per i settimanali economici, in particolare “il Mondo” e “Repubblica Affari e Finanza”. Forse perché scevri dalle stronzate che si trovano sugli economici specializzati, forse perché ai miei occhi più comprensibili. Il Mondo è pure impaginato discretamente, mentre lo stesso non si può dire di Repubblica Affari e Finanza (da qui in avanti RAF) che sembra impaginata da un bonobo fatto di metamfetamine.

Insomma, tutti i lunedì dell’anno, passo un’ora del mio tempo alla rassegna stampa su RAF.

RAF è figa. Parla di un sacco di cose, con un’ottica sicuramente più equilibrata della testata parente (ovvero Repubblica). Insomma, stamattina mi imbatto su un articolo di bioedilizia, in particolare su una piccola ditta bergamasca chiamata Equilibrium.

La storia è questa: producevano calcestruzzo, ma la crisi colpisce le imprese edili che non costruiscono più un cazzo. Risultato: la nostra ditta si trova con un sacco di calcestruzzo tra le palle, che nessuno vuole. Qua entra in campo un 35enne che (cito):

dopo anni di viaggi e ricerche condotti dal trentacinquenne Paolo Ronchetti per scoprire le benefiche proprietà della canapa.

viene fulminato dall’ideona.

Insomma, tra un cannone e l’altro il nostro Ronchetti se ne viene fuori con un mattone termoisolante, economico, igrostatico e composto per un terzo di canapa che, peraltro, cresce come se non avesse un domani con pochissime richieste e attenzioni. Il passo è breve: joint venture con la nostra ditta di calcestruzzo che si converte e rinasce grazie al mattone canapone.

Come al solito, invito a leggere l’articolo, specialmente se vi interessa il prodotto. In qualsiasi caso, la notizia ha naturalmente una serie di pensieri a cascata. Costruire una casa è possibile, in maniera più semplice, più economica e più sana. C’è un tipo di costruzione fatta con sacchi di sabbia impilati su filo spinato, utilizzata perlopiù in Africa. Un mio amico la casa se l’è costruita con la cooperativa nei fine settimana. Ci ha messo sei fottutissimi anni, ma ce l’ha fatta.

Il problema è la pressione demografica. Lo confesso, sono pro-estinzione, le persone mi stanno per lo più sulle scatole e spero in un cataclisma che effettui un taglio della popolazione del 97-98%. E badare bene, spero di essere nei sopravvissuti, ma con la sfiga che mi perseguita (probabilmente un pessimo karma) sicuramente perirò con le masse. Il risultato non cambia: siamo troppi, e tutti starebbero meglio se fossimo molti meno. Magari si potrebbe ritrovare un equilibrium naturale. (E ora scatenatevi a dirmi che sono stronzo – tanto non vi salverete da un mio post fiume incentrato sulla paleodemografia)

di Alberto Della Rossa

Anatomia di un attacco d’ansia.

Questo è un post molto personale. Quindi se non vi interessa andate via senza fare rumore, e se vi interessa restate ad ascoltare, ma con rispetto.

Non c’entra nulla con la notizia, la carta stampata o la satira. Questa è una cosa tra me e il mio dark passenger (chi ha visto Dexter sa di cosa parlo).

Ora, se mi conoscete di persona sapete perfettamente che sono una persona perennemente sul filo del rasoio. Umorale, piena di contraddizioni, prona all’incoscienza per certi aspetti e terribilmente ansiosa per altri.

L’ansia è la mia peggior nemica. Eppure ho la certezza che senza di lei non sarei nemmeno un quarto della persona che credo (e spero) di essere. È il teorema di Capitan Uncino: chi sarebbe Peter Pan senza di esso?

Lungi da me affermare di essere speciale. Di persone migliori (e peggiori) ne esistono a milioni. Quello che credo mi contraddistingua  è la consapevolezza dell’ombra che tutti noi ci portiamo dentro. Il punto è che alcuni ci convivono, altri sono accecati da luci diverse e manco se ne accorgono. La mia ombra diventa piccola piccola d’estate, ma durante i mesi invernali si allunga a dismisura, fino a coprire le pareti delle stanze, obbligandomi ad accendere l’alogena per scacciare il senso di oppressione che cerca di schiacciarmi. E allora via con docce roventi che durano mezz’ore intere e che lavano via il mio malessere.

Chi è prono agli attacchi d’ansia conosce questa storia quanto me. Personalmente ci convivo da sempre. Mia madre afferma che avevo manifestazioni poco equilibrate già dai tre anni. Adesso ne ho 34 ed è cambiata solo la consapevolezza. Nel corso degli anni ho fatto delle osservazioni interessanti: arriva con l’accorciarsi delle giornate, e di solito prepara il suo attacco con cura, nell’arco di settimane intere durante le quali mi sento sempre più inquieto. La percezione che qualcosa sia fuori posto, che una vibrazione sottile ai limiti dell’udibile mi disturbi senza farsi sentire davvero. Dopo tanti anni riesco a riconoscere ciò che sta accadendo, e forse è un male, perché mi lascia tutto il tempo per prepararmi al peggio. Col passare dei giorni la tensione cresce, e eventi insignificanti iniziano a diventare sgradevoli, farsi inquietanti ed infine esplodere.

E lei è li, che ti osserva dall’angolo buio della stanza. E il peggio è che non puoi fuggire, puoi solo illuminare la scena e cercare di fugare le ombre accessorie. Lei in qualsiasi caso resta a sussurrarti nell’orecchio continui se e continui ma. Poi la tua propriopercezione si amplia. La mia diventa soverchiante, con ogni cellula che vibra. Inutile dire che se l’attacco d’ansia è di natura ipocondriaca, la parte del corpo interessata vibra a una frequenza ben più ampia. A quel punto ci sei dentro fino al collo, e non puoi fare altro che sostenere il senso di oppressione al petto fino a quando un raggio di luce un poco più forte scaccia momentaneamente l’ombra.

Ha una sostanza, quest’ombra. Mille volti diversi, le capacità di un camaleonte, ma sempre lo stesso scheletro. Ne riconosco la forma con precisione, ne posso definire l’ossatura.  Indossa solo una maschera alla volta, ma la cambia con gesti veloci e abili.Eppure non riesco a individuarne il tallone d’Achille, il punto nel quale affondare il colpo. 

Sono passati tanti anni, e sono diventato più scaltro. Ancora mi frega, ancora riesce a farmi diventare preda. Ma un giorno troverò il suo punto debole.

Nel frattempo, continuo a cercare.

di Alberto Della Rossa

Una casa sull’albero (c’è ancora speranza)

Leggere tutta quella carta, dalle 5 alle 9 del mattino, porta con sè alcune piccole gioie – per lo più legate a notizie che ti fanno pensare che, da qualche parte, si annidi ancora della speranza.

Il 28 novembre il Messaggero Veneto ne riportava addirittura due, entrambe di carattere silvestre.

La prima parlava della modifica al piano regolatore di Sacile, variante 69. A quanto pare a Sacile hanno delle buone idee (non mi interessa parlare di politica, sono piuttosto trasversale): la variante permette di costruire sugli alberi. Esattamente, proprio come le casette che si vedono nei film americani (o nei Simpson), e che avete sempre desiderato. Peccato che magari siete cresciuti a Quarto Oggiaro e l’unico albero che avete visto era rappresentato in un quadro della comunità per tossicodipendenti.

Una casa sull’albero. Sarò un visionario, ma mi sembra decisamente meglio di un condominio.

Per chi non lo sapesse, il fenomeno delle costruzioni sugli alberi è piuttosto diffuso in nord Europa e in America, posti dove non hanno sentito l’esigenza compulsiva di costruire su ogni centimetro quadro di terreno libero (si, sto elogiando l’America – se non altro hanno una cura del territorio e dei parchi naturali che noi non possiamo nemmeno sognarci). In Italia, una delibera simile era stata proposta in Trentino a fine maggio del 2013 (l’articolo qui), e naturalmente era dedicata alle strutture ricettive (alberghi e campeggi); sempre in Trentino dovrebbe nascere addirittura un’intero villaggio di case sugli alberi (ne parla un articolo di Casa24).

Sempre risorse affidate al turismo, quindi, e conoscendo la furberia tipica dell’italiota (l’assonanza è assolutamente voluta) non dubito che le lodevoli iniziative verranno distorte a tempo record. Nel frattempo rimango a sognare città in decadenza e il ritorno a una vita semiselvaggia.

Tra le altre cose, se desiderate rifarvi gli occhi, la Taschen ha prodotto un libro dedicato interamente all’edilizia arborea.

La seconda notizia di cui accennavo sopra riguarda, in qualche modo, sempre gli alberi e un certo tipo di ambientalismo intelligente (oltre che una forma d’arte – non per stupire o per autoglorificarsi come la Abramovich. Un tale writer che si firma (o meglio: si tagga) Sqon ha pensato bene di tendere della pellicola da cucina tra gli alberi e di graffitarvi sopra dei fantasmi, dal momento che il luogo è a suo dire “inquetante”. Ora, a parte l’evidente carattere temporaneo dell’installazione (spero non lasci della plastica in mezzo al bosco troppo a lungo), l’idea mi ha colpito moltissimo. È un bel modo laterale di pensare, oltre

Fantasmi nel bosco, by Sqon

che un atto d’accusa al cemento e alla pubblicità che spunta ormai da ogni dove. Certo, non sarà un Rubens, ma pollici alti per la creatività. 😉

Detto questo, mi è venuta una gran voglia di scrivere qualcosa sull’edilizia alternativa. Giusto perché ho sempre sognato di vivere dentro una collina come un hobbit.

di Alberto Della Rossa

Arte, arte, arte un cazzo.

Arte.

Delizia, diletto, delirio e dolore.

Vengo fuori da un’università di Conservazione dei Beni Culturali, ho fatto lo schiavo non pagato in museo, ho girato parecchio per scavi archeologici… insomma, ritengo se non altro di avere gli strumenti culturali per capirci qualcosa. Ho le mie aree di competenza, altri ambiti meno affini, altri dei quali non capisco proprio un cazzo.

Di una cosa però sono assolutamente certo: che i tanti esami di antropologia dati durante il mio corso di studi hanno generato una visione particolare, forse più culturale del concetto di arte.

Sto sproloquiando di questo perché, qualche giorno fa, girava su Facebook un’immagine che recitava pressapoco così:

Art should disturb the comfortable and comfort the disturbed

Ora, io che sono una cazzo di tigna, vedo queste affermazioni e realizzo che l gente, per lo più, di arte non capisce un cazzo. Soprattutto, vedere e concepire l’arte come mezzo di disturbo e semplice atto di ribellione.

Siamo ancora all’arte come atto egocentrico, come mezzo per rendersi interessanti. Quello che sottende quella frase è più o meno:

“ehi, quest’opera d’arte è disturbante per voi comuni esseri umani, ma io che mi ritengo figo perché vado in giro a dire di essere disturbato e alternativo e emo e anche un po’ hipster (e un tantinello coglione) mi sento rassicurato. Ergo: io sono bravo e voi siete dei coglioni”.

Dio santo, utilizzare l’arte per l’autoglorificazione è un peccato mortale, oltre che una riduzione in termini assolutamente enorme.

L’arte dovrebbe essere in primo luogo conforto per l’anima ed espressione estetica nell’ambito del proprio tempo, concetto estensibile nel tempo quando un’opera trascende i sistemi estetici di una cultura o quando possediamo gli strumenti cognitivi per interpretare qualcosa che è “altro” rispetto alla nostra cultura.

Immagino che sbranare la cipolla piangendo interpreti il dolore per la fame nel mondo e il pentimento post-capitaista

Immagino che sbranare la cipolla piangendo interpreti il dolore per la fame nel mondo e il pentimento post-capitaista

Io lo so che è come parlare del sesso degli angeli, ma sono distinzioni per me piuttosto importanti. Perché sono arci stufo di vedere i giornali pieni di articoli che parlano di artisti il cui unico scopo è far parlare di sé attraverso lo scandalo di una bambola appesa a un parco. Un po’ come gli incredibili pippotti della Abramovich, che non essendo in grado di creare un arte figurativa degna di tale nome si attacca le mollette alle tette affermando che  “Il suo lavoro vuole esplorare le relazioni tra artista e pubblico, i limiti del corpo e le possibilità della mente.”

O la macchina smontata in assonometria esplosa nel mezzo del Moma di S.Francisco. O altre cose di uguale valore(?) artistico. Grazie al cielo ci rimangono le opere d’arte del passato, quando l’artista non erà così devoto all’autoglorificazione.

di Alberto Della Rossa

Delirio stampato (e profumato)

Assenza durata qualche giorno anche questa volta. A quanto pare non ho più il fisico di un ragazzino, e girare in moto con queste temperature non fa bene alle mie vie respiratorie. Cionondimeno devo lavorare, quindi mi limito a stare bene attento a non starnutire dentro il casco.

Arrivo forse un poco in ritardo, ma venerdì 22 l’informazione stampata ci ha donato alcune notizie direi memorabili.

Prima di mostrare queste perle è opportuno sapere che il venerdì è il grande giorno dei periodici settimanali. Il Venerdì di Repubblica, L’Espresso, Panorama (che ultimamente anticipa a giovedì), IL, Gentleman, Il Mondo, Famiglia Cristiana e chi più ne ha più ne metta.

Alcune di queste sono meno pecorecce di altre :mi viene in mente Il Mondo, ad esempio, che tratta quasi esclusivamente di economia e finanza. I contenuti non sono affatto male, se dimentichiamo il fatto che la stragrande maggioranza degli articoli sono firmati da Daniela Polizzi e Carlo Turchetti. La Polizzi  è vicecaporedattore, il che mi lascia pensare tre cose:

a) Ha una squadra di ghost writer dietro che scrivono tutta la settimana

b) È la sola dotata di giorni con 36 ore, non dorme e ha trovato il modo di documentarsi e scrivere almeno 3 articoli al giorno (oltre alle incombenze da vicecaporedattrice)

c) Ha schiavizzato il povero Turchetti, che scrive tutto da solo.

A parte gli scherzi, moltissimi articoli della testata sono scritti da questo magico duo. Impressionante.

Insomma, stavo facendo la mia bella rassegnina, quando sul Venerdì del 22/11, pagina 34 mi imbatto in questo incredibile articolo (dai toni fortemente sarcastici):

Il “profumo di Gesù” ultima trovata delle Pentecostali

Firmato da Gabriella Saba, l’articoletto ci racconta di come le pastori evangeliche Sonia Hernandes e sua figlia Fernanda

giurano di aver testato personalmente i prodotti del kit Divinessence con profumo di Gesù prima di lanciarli sul mercato brasiliano.

Poco più avanti la dichiarazione che ha creato ilarità all’interno dell’ufficio:

Abbiamo studiato a lungo per trovare la giusta miscela di ingredienti per produrre esattamente quell’aroma.

Fenomenale. Immagino nel laboratorio: “Aggiungi un po’ di essenza di fieno, aggiungi dello sperma d’asino, dello stallatico di bue. Come nota di testa voglio l’aroma del “Palestinese sudato in ciabatte”.

Et voilà, il profumo di Gesù (che invece temo sia tutt’altro dalla mistura da me descritta) è servito.

Vi invito a recuperare l’articolo e a leggerlo, è spassoso. La brava Gabriella Saba tiene il sarcasmo in ottimo equilibrio.

Immagine

Vittorio Feltri, impegnato a dimostrarci che le arterie non si intasano. Mai.

Decisamente meno equilibrato, invece, è il sarcasmo dell’editoriale di Vittorio Feltri, sul Giornale (sempre venerdì 22/11, prima pagina con proseguo all’interno) dal titolo “Noi pigri moriremo presto, ma non sudati”, dove il nostro emerito editorialista risponde al “terrorismo” lanciato da uno studio dell’OMS che sostiene che

L’assenza di esercizio fisico causa un milione e 900mila decessi all’anno al mondo senza contare oltre due milioni e mezzo di morti dovuti a sovrappeso e obesità.

Il meglio deve ancora venire, e il nostro Feltrone nazionale deve ancora carburare, cosa che fa dopo qualche riga. Cito:

All’Organizzazione mondiale della sanità vorrei chiedere in base a quali elementi si è stabilito che milioni di persone vanno al creatore perché non si affaticano in palestra, evitano di correre ( come invece fanno quei deficienti paonazzi e col fiatone che si incontrano ogni tre minuti sui marciapiedi delle città), non frequentano piscine (piene di umidità, dannosissima alla salute), preferendo il riposo e odiano specialmente i ciclisti amatoriali, cioè gli sportivi più irritanti che le tentano tutte per essere travolti dalle auto e purtroppo non ci riescono.

Non proseguo oltre, l’editoriale prosegue in maniera delirante, citando a casaccio Andreotti e la decomposizione che ci renderà tutti magri in qualsiasi caso.

Questa, signori miei, è l’informazione che si fa al Giornale. Davvero, andate a leggere l’articolo: ma d’altronde non sono certo da prendere sul serio. È risaputo che persone deficienti come me, che si trovano più volte a settimana paonazze e col fiatone, non hanno cognitività sufficiente per replicare a un tale esempio di grande giornalismo.

Grande Vittorio, sei tutti noi.

di Alberto Della Rossa

Il genio e la semplicità.

Riemergo da un nulla cosmico fatto di corse e lavoro. Aggiungiamo pure che ho dormito le mie 5 ore notturne sul divano, perché dopo aver eliminato delle efflorescenze di muffa dalla camera da letto con la candeggina sembrava di stare in piscina. Insomma, lo stato mentale non è dei migliori, anche se immagino di non dovermi lamentare troppo – a Olbia, ad esempio, stanno molto peggio. Povera Sardegna e povera Olbia. Luoghi della mia infanzia, vederli distrutti è abbastanza doloroso. Fortunatamente il popolo sardo è testardo come un montone (forse è per quello che amano le pecore) e immagino non si perdano d’animo. I parenti e i conoscenti che ho ad Olbia di sicuro non cederanno.

Sto divagando. Dicevo, il genio e la semplicità: non tutti di voi sapranno che amo da morire il DIY (no, non è una pratica sessuale esotica, anche se potremmo discuterne). Girando per la rete in cerca di cazzeggio mi sono imbattuto in questo video geniale.

Al di là dell’accento meravigliosamente english, e della descrizione del video, che vi invito a leggere (autoironica, semplice assolutamente non pretenziosa – quello che apprezzo in testi simili), è l’idea ad avermi colpito. Usare qualche candela e un vaso di terracotta per creare un piccolo termoconvettore DIY.

Ecco, sono queste le cose che amo del bricolage – l’arte dell’arrangiarsi, di pasticciare, quelle cose che ti riportano a uno stato di calma, tutto preso dalla risoluzione di un problema in maniera creativa e alternativa, possibilmente usando le mani.

Costruire.

Dimentichiamo spesso quanto sia bello costruire, in una società che ha una soluzione per tutto, a patto che la si possa comprare.

di Alberto Della Rossa

l’importanza di una virgola

Ah, la virgola! Meraviglioso segno d’interpunzione, chimera odierna in una comunicazione dove consonanti occlusive velari sorde spadroneggiano impunite. Leggi porcate orribili su faccialibro, strafalcioni e veri e propri stupri di gruppo perpetrati ai danni della grammatica italiana, sperando che almeno la carta stampata sia immune da questo schifo.

UN CAZZO.

Stamattina stavo passando in rassegna i giornali friulani (Piccolo, Messaggero Veneto, Quotidiano del FVG, Gazzettino). Mentre bighellonavo per le pagine di cultura e spettacoli di uno di questi (non ricordo quale, sicuramente piattaforma Kataweb – gruppo Repubblica, a giudicare dall’impaginazione epilettica) mi imbatto in questo titolo meraviglioso:

La violenza contro le donne e i media.

Stupore.

Quindi devo supporre che c’è chi prende a sberle il televisore dopo aver riempito di botte la moglie.

Mi chiedo a volte come cazzo scelgano i titolisti (e i giornalisti, soprattutto): un titolo dovrebbe essere chiaro e non ambiguo per sua natura, e poi ti trovi in ‘ste situazioni. Certo, direte voi, il contesto aiuta a univocare il significato. Ma perché, quando sarebbe bastato scrivere “I media e la violenza contro le donne”?

Mi viene in mente un vecchio gioco di parole che ascoltai da bambino, durante l’almanacco del giorno dopo (si, quello della Rai, con la sigla inconfondibile!), nella rubrica di grammatica italiana tenuta da Cesare Marchi.

Sosteneva l’assoluta importanza del corretto uso delle virgole (segno già soggetto a numerose interpretazioni e pertanto usato in maniera molto creativa dai più, figuriamoci se chi scrive è uno di quelli che “l’italiano sallo“), portando un esempio quanto mai calzante.

Scrivere

San Francesco dormiva con una vecchia coperta, di pelo

è piuttosto diverso da

San Francesco dormiva con una vecchia, coperta di pelo

E vi garantisco che nel mio unico anno di insegnamento, presso un istituto professionale (futuri meccanici tornitori –  facevano magie con la saldatrice e le macchine utensili, ma con l’italiano proprio non avevano un cazzo a che spartire) ho visto strafalcioni davvero impressionanti.

La grammatica è viva e vegeta, per chi ancora desidera farne uso.

Io invece sono solo vivo, e vegeto.

di Alberto Della Rossa

Come al solito…

Impegnato in ventordici attività, alla fine mi ritrovo a non aver tempo per scrivere. Giusto per il vostro diletto, vi dico cosa mi sta girando per la testa (quando avrò il tempo per fare questo test).

L’epifania è giunta stamattina, verso le nove del mattino, quando stavo andando a letto dopo il turno di notte. Ipotizziamo che io abbia accesso a una serie di testate, passate tramite un motore OCR che le converta in testo. Potrei, attraverso uno strumento di analisi del testo e densità delle parole, verificare quanto spazio viene dato a “keyword” calde. Ancora meglio, sarebbe possibile fare la stessa operazione per il numero di parole per articolo contenente tale parola chiave, per verificare anche l’approfondimento dato a un argomento.

La domanda, lecita, che vi state facendo sarà: MA PERCHÈ?

Scaturisce dall’osservazione di come, nella quasi totalità delle testate nazionali, l’attenzione oggi fosse sulla devastazione avvenuta nelle Filippine. E di come invece Il Giornale se ne sia strafottuto di tutto per andare a inseguire il teatrino Fini-Kyenge. La novità non esiste, è esattamente quello che ci si aspetta da una testata simile (povero Montanelli, si starà rivoltando nella tomba) – a fronte di una catastrofe immane il direttore Sallusti (detto anche Nosferatu) ha ritenuto molto più adeguato scassarci i maroni con le sue due ossessioni: Fini e la Kyenge.

Da qui sono partito per capire se esiste un modo con una parvenza di oggettività per confrontare diverse testate. Non so, devo pensarla bene, ma sono quasi sicuro si possa studiare un qualche tipo di algoritmo di analisi. Se avete suggerimenti fatemeli avere, che cerco di integrarli.

di Alberto Della Rossa

Della rassegna stampa e di altri animali

Inevitabile, prima o poi, arriva la ferale domanda: CHE LAVORO FAI?

La mente corre subito alle settemila attività che pratico per sbarcare il lunario – SEO, Copywriter, Rassegna stampa. Rispondo un po’ sull’onda del momento, a seconda della persona che ho di fronte. Nel caso venga colto dalla fantasia di  rispondere “Lavoro di notte in rassegna stampa” la risposta che inevitabilmente devo aspettarmi è: “Ah, ma sei un giornalista” o “Ah ma in quale giornale lavori?“.

Constatazione drammatica del fatto che nessuno sappia cos’è il press-reviewing.

Solitamente provo descrivere la realtà del mio lavoro perché malcompresa dai più, anche se capita che, dopo l’inevitabile spieghino, mi venga posta una domanda che lascia intendere la totale incomprensione di ciò che ho appena detto.

Io lavoro per un agenzia di rassegna stampa. Ciò significa che offriamo un servizio a terze parti, ovvero a coloro che vogliono avere un monitoraggio su un preciso argomento.

Detta così sembra una fesseria, ma vi assicuro che le conseguenze e le motivazioni di una tale richiesta non sono affatto banali.

Scendo nel dettaglio facendo qualche esempio. (Jingle pubblicitario – spieghino time)

Sono un’azienda X, e produco merendine dietetiche (cosa di per sé ossimorica, ma giusto per fare un esempio). Dal momento che aziende produttrici di prodotti mangerecci più o meno calorici ce ne sono tante e il mercato è complesso, decido di attivare un servizio di rassegna stampa che mi permetta di conoscere la mia copertura mediatica, che altro non è che la visibilità che ho sulla stampa e sul web.

Questo servizio mi consente di sapere dove sono presente (su quali giornali e riviste), a quali contesti ed eventi sono associato E se il lavoro del mio ufficio stampa è stato efficace (dell’ufficio stampa mi occuperò in un altro post).

Banale, direte voi.

Eh no, banale un cazzo. La cosa ha moltissime implicazioni a livello di marketing. Sapere dove sono citato mi consente di migliorare la mia visibilità sul mercato e di invadere nicchie editoriali o d’informazione/diffusione che magari sono poco coperte. Conoscere dove sono citato e in quale contesto permette di individuare il mood che orbita intorno al mio prodotto e dovrebbe fornirmi un indicazione della percezione che il mercato (e quindi i consumatori – anche se qua ci sarebbe da aprire una parentesi) ha del mio prodotto (quella cosa strana chiamata brand reputation, di cui tutti si riempiono la bocca ma il quale significato risulta oscuro ai più). Sapere questo permette all’ufficio stampa interno all’azienda, che si occupa di diramare le informazioni riguardanti il prodotto e il brand, di dirigere il flusso di informazioni dove è scarso, di rafforzare l’immagine dell’azienda dove è carente, di correggere errori grossolani o misinformazioni (o ancora peggio alterare e arginare una notizia potenzialmente dannosa o indesiderata – mi viene in mente un certo mulino abitato da uno svendutissimo Banderas). I buoni rapporti tra giornalisti e uffici stampa interni sono fondamentali e tenuti in grande considerazione – il motivo per il quale le case di moda cercavano ossessivamente buoni rapporti con Anna Wintour, la direttrice di Vogue.

Un altro esempio? Su L’Espresso n.19 del 16/05/2013 c’è un articolo, a pagina 111, riguardante i Google glasses.

Cito:

“Il guru americano Robert Scoble, che li ha provati per due settimane, ne è stato entusiasta («Non avrei mai voluto restituirli»). Il suo collega Mike Butscher sul sito Techcrunch li ha invece stroncati paragonandoli al Segway, la grande promessa mancata della mobilità urbana”

Ora, io che sono un povero lavoratore della rassegna stampa e ho come clienti sia la Google Inc. che la Segway (il periodo è ipotetico) , trovo l’articolo pertinente per entrambi i clienti. Quindi lo ritaglio, lo reimpagino e lo invio ai loro uffici stampa. Ma quali sono le informazioni reali contenute davvero?

a)I Google glasses sono già realtà, e in avanzata fase prototipale.

b)Soggetti selezionati hanno la possibilità di provarli.

c) Robert Scoble, un’autorità del settore, ne è entusiasta

d) Mike Butscher, di Techcrunch non ne è rimasto favorevolmente colpito

c)lo stesso Mike Butscher è rimasto poco colpito dal Segway, che verosimilmente è anche l’autore del lapidario commento “grande promessa mancata”

Con queste informazioni, l’ufficio stampa può operare una serie di azioni correttive.

Ad esempio:

a)Google potrebbe lisciare il pelo ai colleghi di Scoble e a coloro che condividono la sua linea di pensiero, garantendo (anche con la carota di avere in prestito uno dei prototipi) una visibilità analoga su altri canali

b)Contattare Mike Butscher e chiedergli un feedback sul prodotto, rendendo la sua opinione ancora più importante per lo sviluppo e quindi ingraziandoselo O informarsi su quali sono i diretti antagonisti di Techcrunch e proporre a loro di testare gli occhialetti magici di Mountain View.

c)Segway potrebbe contattare Scoble per chiedere una recensione (secondo il principio “il nemico di un mio nemico potrebbe essere un mio amico”) o ricontattare Butscher per recensire un nuovo prodotto in esclusiva in maniera da riabilitare l’immagine aziendale ai suoi occhi (e pertanto ai suoi lettori).

E così via – non sono un genio del marketing (o del marchetting) – immagino che di soluzioni alternative ce ne siano decine.

Altra espressione di queste meccaniche è la rassegna stampa basata sull’individuazione dei competitors.

Torniamo alle nostre merendine dietetiche: adesso la richiesta non sarà più di individuazione della copertura mediatica del mio brand, ma dei miei diretti avversari. E così se una rivista parla bene delle merendine Y, che però io so essere più caloriche delle mie, l’ufficio stampa interno invierà un comunicato focalizzato sui valori nutrizionali del mio prodotto. E se un’altra rivista ancora parla delle merendine dietetiche Z, state pur certi che in redazione della suddetta rivista arriveranno prima o poi delle confezioni omaggio contenenti le mie meravigliose merendine ipocaloriche e un invito a provarne la sublime qualità.

Questa è solo una panoramica abbastanza vigliacca e molto poco completa del quadro. Ma estendete questo alle persone fisiche, agli interessi, alla politica, ai diritti umani, alle ONLUS, ai soggetti che devono raccogliere fondi.

Investire in relazioni pubbliche è fondamentale, e per quella che è la mia modesta esperienza assomiglia molto a una complessa partita a scacchi, fatta di mosse e contromosse, di scacchi al re e alla regina.

Ecco cosa fa un’agenzia di rassegna stampa. Fornisce informazioni, dati, news intelligence. Come questi poi vengano usati non sta a noi, ma agli addetti stampa e ai reparti PR e Comunicazione/Marketing dei singoli soggetti che individueranno le strategie più adatte per operare e correggere.

Mi piace pensare all’informazione come a un’arma: è uno strumento, e come tale va usato. Se messo nelle mani giuste diventa potente ed efficace. Se messo in quelle sbagliate risulta inutile. Se gli intenti sono malevoli può distorcere la realtà e danneggiare il prossimo, mentre se mosso da motivazioni etiche o morali può fare del bene e segnare la differenza.

Alla fine gira tutto intorno all’utilizzatore e al ricevente – in un mondo di informazioni possiamo essere soldati, killer o guardiani, così come possiamo essere spettatori, bersagli o complici.

Ma in qualsiasi caso è la vostra capacità critica, spesso, a fare la differenza. (disclaimer: questo è un chiaro invito a costruirsene una. Di capacità critica, intendo.)

di Alberto Della Rossa

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