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Vivisezione e sperimentazione animale

Innanzitutto buon anno, a quasi tutte le persone che conosco. Alcune invece riceveranno prima o poi gli strali inviati, a tutto svantaggio del mio karma.
In qualsiasi caso il mio karma fa già abbastanza schifo, quindi posso permettermi di lanciare maledizioni come Malefica (La bella addormentata, presente?).

Comunque, il senso di questo post è decisamente un altro. In questi giorni ho seguito parecchio tutto il teatrino riguardante la vivisezione/sperimentazione animale, in particolar modo legato al caso di Caterina Simonsen.

Simonsen cartello

Caterina Simonsen: #iostoconlaricerca

Ancora una volta la possibilità di monitorare per giorni diverse decine di quotidiani mi ha permesso di avere una visione d’insieme della copertura mediatica delirante che ruota attorno a questo (penoso) caso.

Pur ritenendomi un folle amante degli animali, uno di quelli che preferisce la compagnia di un cetriolo di mare a quella di un essere umano, pur essendo un estinzionista convinto (posizione maturata a seguito di decine di ore passate su libri di paleoantropologia e paleodemografia) non posso fare a meno di pensare. Se c’è qualcosa di positivo nell’essere umani è la capacità cognitiva – capacità che non sembra essere stata distribuita in maniera equa.

E più penso, più ritengo che gli animalisti (o animalardi, come ribattezzati da Fabrizio Pallequadre) siano una categoria vessata da evidenti difetti di ragionamento.

Confondere la vivisezione con la sperimentazione animale può essere frutto solo di crassa ignoranza o di manipolazione retorica di bassa lega (sostanzialmente un uso improrio della sineddoche). Perché se è vero che la vivisezione fa parte della sperimentazione animale, non si può dire il contrario. Non sto a perdermi in ambito legislativo (questo bell’articolo di Wired vi potrà schiarire le idee)  ma la vivisezione (grazie al cielo) è ILLEGALE errata corrige: come mi fa notare un mio amico, la legislazione è poco chiara. Mi auspico che la vivisezione venga bandita quanto prima con una legge ad hoc, in Italia come nella EU. La sperimentazione animale, regolamentata, scrutinata e controllata nella maniera più severa possibile è invece piuttosto utile.

Faccio un passo indietro: all’inizio di questa storia c’è una frase di questa povera ragazza (Caterina Simonsen) basata su un concetto molto semplice: #iostoconlaricerca. La vera ricerca. Nessuno di quegli imbecilli che le hanno augurato le peggio cose si è soffermato per un’istante su un ragionamento semplice quanto banale: un ricercatore, un vero ricercatore, con un codice deontologico (imprescindibile dalla vera ricerca) non accetterebbe mai la vivisezione. La sperimentazione in vivo è una cosa molto diversa tuttavia. Non solo: tecnicamente è sperimentazione in vivo anche l’ultima fase di sperimentazione dei farmaci, quella sugli esseri umani. Altra cosetta poco conosciuta, ma che gli invasati animalardi non sanno o fanno finta di non sapere: la pubblicazione su riviste ISI ad alto fattore d’impatto è fortemente regolamentata da protocolli di scrutinamento assai severi.

Nature. E prova a pubblicare qui, se ci riesci.

Nature. E prova a pubblicare qui, se ci riesci.

Se vuoi pubblicare su Nature (o Journal of Microbiology, o Science, o qualsiasi altro colosso del settore) è il caso di mandare anche tutta la documentazione relativa ai gruppi di controllo sulle sperimentazioni e sulle azioni effettuate. È alla base del metodo scientifico.

Certo, in un mondo migliore non ci dovrebbe essere nemmeno la sperimentazione animale. Nemmeno quella umana. In un mondo migliore non ci sarebbero le malattie. In un mondo perfetto, a parer mio, non ci sarebbe nemmeno l’uomo. Il punto è, come diceva il caro Leibniz, che questo è il migliore dei mondi possibili, principalmente perché è l’unico che abbiamo, indipendentemente dalla nostra presenza o meno.

Un’altra riflessione mi preme fare, da gattaro convinto e salvatore di cani quale sono: quando il vostro animale sta male, lo portate da un veterinario. Il gatto di mio fratello ha l’immunodeficienza felina, e si è salvato perché:

a) era grasso come un maiale

b) è stato curato con l’interferone

Non grazie alle preghiere, né a infusioni di camomilla, né a un’alimentazione vegana (orrore). Grazie a un farmaco.

Oibò, dicono che il testing dell’interferone sia stato fatto su animali.

Allora, se vogliamo fare gli animalisti, cerchiamo di non essere così incredibilmente antropocentrici. È vero, i farmaci sono studiati a uso e beneficio dell’uomo, ma gli studi possono avere una risonanza ben più ampia. Se il gatto di casa vive fino a 20 anni è perché ha accesso a tutta una serie di farmaci e conoscenze sviluppate in prima istanza ad uso e consumo umano. Banalmente, si può dire che i farmaci usati per gli animali sono sperimentati anche sugli animali. Un po’ come dire che il farmaco per umano è stato sperimentato anche su esseri umani. Strano eh?

Prima che questo post diventi una tesi di laurea per lunghezza e inutilità, vorrei soltanto sottolineare che fare di tutta l’erba un fascio non è decisamente cosa intelligente. La vivisezione è una porcata, e per questo è stata abolita in moltissimi luoghi. La sperimentazione animale è un male necessario del quale tutti dovremmo essere grati, senza dover necessariamente tirare in ballo le malattie rare. Immagino ci siano un sacco di animalisti diabetici, che ogni giorno portano a casa la ghirba grazie a una pera di insulina. Indovinate un po’ come si è arrivati alla scoperta e alla commercializzazione di quest’ultima?

Quello che si può fare, che è GIUSTO fare, è cercare vie alternative, non fermarsi mai, essere rigorosi nella ricerca e nei protocolli in maniera da non infliggere sofferenze inutili a chi, animale o umano, col proprio sacrificio da la possibilità a qualcun’altro da vivere. Non scatenare una guerra a colpi di cattiverie e disinformazione – perché così facendo non si dimostrano diversi dai soggetti che dicono di voler combattere (i vivisettori, nella fattispecie).

di Alberto Della Rossa

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